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Uscito il nuovo disco del noto compositore barese, realizzato in collaborazione con
Puglia Sounds e con la partecipazione di musicisti internazionali.

 

 

Prima di entrare a parlare dell’ultimo sforzo artistico degli Evanscence e di Amy Lee, desidero scrivere qui la discografia del gruppo:

1 - Album in studio: 2003 Fallen / 2006 The Open Door / 2011 Evanescence / 2017 Synthesis
2 – Album dal vivo: 2004 Anywhere but Home / 2018 Sythesis Live
3 – Raccolte: 2016 Lost Whispers / 2017 The Ultimate Collection
4 – Extended play: 1998 Evanescence / 1999 Sound Asleep / Mystary
5 – Singoli: 2003 Bring Me to Life, Going Under, My Immortal / 2004 Everybody’s Fool
2006 Call Me When You’re Sober, Lithium / 2007 Sweet Sacrifice, Good Enough / 2010 Together Again / 2011 When You Want, My Heart is Broken / 2012 Lost in Paradise / 2017 Imperfection 2018 Hi-Lo / 2019 The Chain / 2020 Wasted on you, The Game is over, Use my voice

A questo punto, dopo aver redatto una sintetica discografia del gruppo, torniamo a disquisire intorno alla figura carismatica di Amy Lee, che ancora una volta ha dimostrato di essere una donna tutto d’un pezzo, perché, durante un’intervista, ha raccontato com’è nato in piena pandemia il nuovo disco “The Bitter Truth” e la propria contrarietà verso quel fan che ai concerti urlano “fuori le tette”,

ma soprattutto si è scagliata contro quel dj che si è masturbato guardando le sue foto…Ma andiamo per gradi. Diciamo subito che all’inizio di quest’anno, gli Evanescence, sono tornati in sala di registrazione, insieme al produttore Nick Raskulinecz, per scrivere e registrare il loro primo album di inediti da “Evanescence” del 2011 e, per quanto la pandemia abbia ostacolato la messa in opera della stesura delle canzoni, i musicisti del gruppo, dopo aver effettuato i test per il covid, hanno raggiunto Amy a Nashville per continuare a lavorare al nuovo disco,

dove lei si era trasferita per avvicinarsi ai parenti che abitano in Arkansas. Finalmente, in primavera il gruppo pubblica “Wasted on you” che, oltre ad essere un estratto dell’ultimo disco “The Bitter Truth”, rivela apertamente nella trama musicale e nel tessuto testuale una forte connotazione riflessiva, dove la voce di Amy diventa energia pura attraverso cui la carica drammatica del brano si esprime e si esplica. In Aprile, una volta che i ragazzi della band sono rientrati a casa, Amy, riprendendo in mano il materiale dell’ultimo disco, ha dichiarato:

“L’energia si è come amplificata…Andavamo alla grande. Ora i ragazzi sono tornati a casa ed io sto ascoltando quel che abbiamo scritto, metto assieme i pezzi e faccio gli ultimi ritocchi”. Da queste parole s’intuisce che il lockdown, per cerri aspetti, è stata una benedizione per l’artista, le ha, infatti, permesso di utilizzare il tempo della forzata reclusione per lavorare a “The Bitter Truth”. Poche donne nella storia del rock sono riuscite a sfondare nel mainstream, ma Amy, grazie al suo mezzosoprano operistico che l’ha resa una delle voci maggiormente riconoscibili del genere, ce l’ha fatta a pieno titolo,

nonostante questo, continua a ritenere di essersi quasi sempre sentita isolata e di non essere mai stata a proprio agio nell’esprimere opinioni di carattere politico, fino ad ora…Quest’anno, infatti, attaccando Trump e parlando dell’assassinio di George Floyd da parte della polizia,  ha preso posizione, criticando, su entrambe le situazioni.

Nel singolo “Use My Voice”, tra i versi della canzone, dichiara di non essere più disposta a stare in silenzio, ma usare la sua voce per dire ciò che pensa e sente, ribadendo ulteriormente la sua necessità di cambiamento verso le tematiche importanti…A questo punto, a conclusone dell’articolo, si può dire senza ombra di smentita che la figura artistica di Amy Lee può essere considerata una fulgida icona da seguire, da prendere come ispirazione e Lzzy Hale degli Halestorm e Taylor Momen dei Prettt Reckless, coriste di Use My Voice e note nel mondo hard rock, le hanno spiegato quant’è stata influente per la loro carriera.

Lei ha risposto così: “E’ come se mi avessero riportato in vita. Le loro parole mi hanno permesso di tornare a scrivere con una nuova comprensione di quel che faccio, uno scopo e la certezza che quello che dico ha un valore”.

 

FRANCESCO ANELLI

L’ALBUM

PINK FLOYD, e l’incubo del film The Wall. The Wall dei Pink Floyd è un album che ha segnato un’epoca. Narra la storia di una rock star che decide di voltare le spalle alla società e di chiudersi in sé stesso, dietro il suo “muro”. Le canzoni del disco tracciano così la storia del protagonista, Pink, e la band pensò subito di trasformarla in un film, ancor prima di registrare i brani. Il lavoro, però, fu tutt’altro che semplice.

LA REALIZZAZIONE DEL FILM

Inizialmente i musicisti pensarono di realizzare il film con dei filmati dei concerti del tour legato a The Wall. Si sarebbero alternati, alle immagini d’animazione create da Gerald Scarfe, quelle che avrebbero mostrato lo stesso Roger Waters nei panni di Pink. Però, la casa discografica EMI, si oppose a questa idea, insistendo però sull’idea di realizzare il film

Alla fine i Pink Floyd si affidarono ad Alan Parker che assunse così la guida del progetto. Per lui fu una grande occasione perché significava lavorare insieme ad alcune tra le più grandi rock star della storia. Il regista, però, capì immediatamente di aver sbagliato a dire di sì alla band e se ne pentì amaramente sin dall’inizio del lavoro.

LE RIPRESE

Il protagonista del film, doveva essere Roger Waters ma, dopo le prime prove, ci si rese conto che il musicista non era adatto al ruolo. Si penso allora di ingaggiare Bob Geldof. Tra l’altro, accadde un episodio molto particolare: dopo aver ricevuto l’offerta, ne parlò con il suo agente mentre erano in taxi, confessando di non aver mai apprezzato i Pink Floyd e la loro musica. Curiosamente, l’autista di quella vettura era il fratello di Roger Waters.

Nel frattempo, crescevano le tensioni tra Waters e il disegnatore Gerald Scarfe. Infatti i due non erano d’accordo su molte cose e questo rese il lavoro di Parker davvero impossibile.

Il musicista, il disegnatore e il regista, in effetti, avevano tre idee ben diverse su come realizzare il film di The Wall. Fu così non riuscirono ad arrivare a una soluzione condivisa. Alla fine la pellicola sembrò a tutti loro una storia senza una struttura e senza coerenza. Si arrivo alla conclusione che solo Waters poteva dire cosa significasse davvero il film.

La lavorazione di questo film, tra l’altro, fu un vero incubo non solo per Parker ma anche per Scarfe. Di fatto, l’artista era stressato e nervoso all’idea di dover andare ogni giorno al lavoro. Era anche così ansioso che alla fine iniziò persino a cercare conforto nell’alcool e a portare sempre con sé una fiaschetta di whiskey.

Gerald ScarfeRoger Waters e Alan Parker, non solo non riuscirono a trovare un accordo sulla trama e sulla composizione della storia. Si scontrarono anche quando fu deciso di ingaggiare una banda di violenti skinheads, noti come i Tilbury Skins, per girare delle scene con una folla che fosse reale.

Invitare sul set un gruppo così numeroso di soggetti ben poco raccomandabili non fu una grande idea. Ancor prima di arrivare sul posto, questi tipi causarono parecchi problemi ai pub locali dove andarono ad ubriacarsi. Alan Parker si ritrovò così a dover gestire questa massa di delinquenti e lì capì di aver davvero raggiunto il limite della sopportazione.

FLOP PER WATERS

Il regista però riuscì a resistere e a completare il lavoro. Un film che forse, ad oggi, resta l’unico vero passo falso nella carriera di Roger Waters. Sebbene molti fan amino questo film, sono in tanti a pensare che l’opera non sia riuscita davvero a cogliere la magia dell’album. Né tanto meno a ricreare l’incredibile atmosfera degli storici ed ineguagliabili live di The Wall.

 

ARNALDO MARTELLI

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